I quattro principali premi Grammy a Billie Eilish, per l’album “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” che include il brano Bad Guy, hanno sollevato un putiferio nella comunità dei sound engineer e degli studi di registrazione. Il motivo? Ellie, assieme a suo fratello Finneas O’Connell, che ha prodotto l’album, ha dichiarato candidamente di aver realizzato l’intero album nella camera da letto dei genitori!
Apriti cielo! Di fronte al successo planetario dei brani e ai Grammy vinti, la comunità si è sollevata non tanto a criticare la qualità dell’album, quanto al pensiero che passi l’idea di poter produrre un album stellare, vincitore di Grammy, in un ambiente non certo professionale e con pochi mezzi. La verità però era dietro l’angolo e non ha tardato ad arrivare: le tracce vocali, realizzate nella camera da letto, e le tracce dell’arrangiamento generate da library e sintetizzatori virtuali, sono state tutte mixate in uno studio professionale, come pure il mastering finale. Dalle parole di Finneas, si coglie una visione particolare e su cui si può anche concordare: Finneas non ama gli studi di registrazione, perché li ritiene troppo artificiali, soprattutto per la luce naturale spesso assente. Se pensiamo, per esempio, al panorama che si domina dai Real World Studios, dove la luce naturale è ovunque, è facile intuire che l’ambiente in cui si crea influisca direttamente sulle prestazioni e le emozioni.
Se chiedete a un antropologo quanto influenzi l’ambiente sul comportamento e l’evoluzione umana, vi risponderà che uomo e ambiente sono un unicum inseparabile e necessario. E Finneas insiste anche sull’accoglienza: la camera da letto è nella casa della madre, che provvede a giudicare il risultato dei pezzi musicali oltre che alle cibarie! La scelta è quindi di produzione, ma coinvolge anche il fatto che con pochi mezzi oggi si riescono a ottenere risultati impossibili solo dieci anni fa, quando si parla di preproduzione. Un po’ tutta la produzione di Ellie ha seguito strade alternative: si parte nel 2015 con un brano inserito su SoundCloud (https://soundcloud.com/billieeilish/ocean-eyes) che divenne virale, fin dall’inizio concepito e realizzato in camera da letto!
Il fratello utilizza un Mac con Logic Pro X, interfaccia audio Universal Audio Apollo 8 e monitor Yamaha HS5 con subwoofer H8S, che nella sua nuova casa, ma pur sempre in camera, è stato upgradato con i monitor Yamaha HS8 e una Apollo X. Non ci dubbi sulle capacità di Finneas di spremere il meglio dai plug-in di Logic, tra cui il Vocal Transformer che è il marchio di fabbrica delle armonie artificiali della voce di Eilish. Per i primi brani prodotti (Ocean Eyes, Bellyache, Six Feet Under) il microfono vocale era un Audio Technica AT202, che è stato sostituito poi con un Neumann TLM 103. Tutti gli strumenti musicali negli arrangiamenti derivano da library e virtual synth, a cominciare dai pianoforti di Spectrasonics Keyscape. L’aspetto timbrico dell’ultimo lavoro di Ellie è particolare: le tracce non sono pulite, si può sentire una porta o il rumore delle ventole, i riverberi sono quasi assenti e il suono è minimale, chiuso e scuro sulle alte frequenze e asciutto.
Le scelte di produzione riguardano la presenza elevata di basse, una voce sussurrata portata tutta avanti ed elementi strumentali disposti in maniera non ordinaria. La produzione però si ferma qua, perché tutte le tracce, già precompresse, sono mixate poi dal sound engineer Rob Kinelski. Il mastering è opera di John Greenham. Solo nel caso dei primi brani, come appunto Ocean Ways, il mix e il mastering erano stati realizzati da Finneas, il quale si guarda bene dal dichiarare che si può realizzare tutto quanto in camera da letto. Il suo concetto, molto chiaro, è che deve esserci prima la canzone che piace alle persone che non il lavoro di produzione, mix e mastering. Questi concetti gli sono valsi il Grammy come migliore produttore dell’anno nella categoria Non-Classical.
Rob Kinelski e il mix di Bury A Friend
Il lavoro di mix è stato eseguito nell’home studio di Rob, tutto in ITB se si esclude la presenza Dangerous Music 2 Bus, Convert AD+, Compressor e Monitor-ST. Rob utilizza le ProAC 100, Yamaha NS10M e Avanton CLA10s, con un Avid Artist Mix. Tutto il lavoro in mix è stato realizzato con gli stem inviati da Finneas, caratterizzati nella voce per essere asciutti, distorti e senza riverberi, su cui Rob utilizza SoundToys Microshift ed edita manualmente i rumori della bocca, molto presenti nel modo di cantare di Ellie. Sappiamo che per Bury A Friend, Rob ha usato i suoi template per gestire le 69 tracce, di cui 18 per la batteria, quattro per il basso, sette per gli effetti sonori, sette per backing vocal (sui cui è usato Sonnox Oxford Inflator), nove per le armonie della voce e sei per lead vocal. Sulla batteria è stato usato l’EQ, la compressione e il gate di Waves SSL. Le voci sono state trattate con FabFilter Pro-Q2, Waves PuigChild 670, Waves De-esser, UAD 1073 per dare aria e Waves Vocal Rider. Il sommatore D-Bus è stato usato dividendo in due canali batteria, basso, tastiere, lead vocal, effetti, backing vocale e ritorno effetti. Sul mix finale utilizza una catenza con UAD Ampex ATR102 a 32 ips mezzo pollice, UAD Thermionic Culture Vulture, FabFilter Pro-L2 e metering TC Electronics Clarity M.
Qualcosa è andato storto?
A leggere tutta la storia, è difficile non essere d’accordo con Finneas, almeno nella fase di proproduzione e, volendo, di registrazione della voce. Il problema è sorto con una serie di siti, social e blog che hanno colto solo l’aspetto di produzione in camera da letto, confondendo la fase di produzione con quella di mix e mastering (si veda per esempio https://www.digitalmusicnews.com/2020/01/30/billie-eilish-bedroom-studio/ ). Da qui a creare meme e immagini varie per contraddire ciò che girava sui social, con post di persone che evidentemente non si sono informate, il gioco è stato facile e ha prodotto discussioni infinite. In nessun caso, però, è stato messo in dubbio il ruolo del professionista o dello studio per il mix e il mastering da parte di Finneas, che li trova indispensabili per avere successo!
Al di là delle discussioni, sembra essere stata la paura e il senso di rivalsa ad aver alimentato i social: da una parte professionisti che hanno investito denari e tempo per un lavoro poco compreso dal grande pubblico ma essenziale, dall’altra i musicisti in erba, che sono cresciuti mangiando pane, social e tutorial su YouTube per imparare come fare, ma non per imparare il perché delle cose, che improvvisamente hanno trovato nelle dichiarazioni ai Grammy una nuova fonte motivazionale per andare avanti nel loro percorso, intriso di speranze e affidato a presunte qualità intrinseche della tecnologia, che per molti appare la soluzione alla mancanza di conoscenza teorica e pratica. Abbiamo voluto approfondire chiedendo a quattro professionisti cosa ne pensassero.
Abbiamo coinvolto Andrea Benassai di Sonoria a Prato, che ha visto cambiare il suo lavoro ora più orientato al mix, Andrea Gallo di Digital Lake Studio, attivo come musicista, produttore e sound engineer anche per post produzione, Frank Caruso che produce jingle e album in ambiente domestico e uno dei massimi esperti di chitarra virtuale in Italia e Marco Borsatti, che da anni è uno dei migliori sound engineer più richiesti in Italia, ma che tiene anche corsi individuali per chi vuole imparare l’arte del mixing.
Luca Pilla ripresa della voce e produzione in casa, è possibile?
Andrea Benassai Molto dipende dal modo di produrre musica. In casa ci sono numerosi problemi di cui bisogna essere consapevoli: in primis la qualità degli ascolti e dell’ambiente. Se si conoscono bene, una volta tarata la propria percezione su un ascolto imperfetto, si possono comunque fare cose egregie. La seconda, più subdola e pericolosa, è la qualità e i limiti della somma ITB. Spesso, soprattutto in ambito pop e rock, la definizione della somma delle DAW è insufficiente (o sono insufficienti le conoscenze tecniche di chi sta producendo), dunque si tende a lavorare molto con i layer, sia ritmici che armonici, sovrapponendo suoni che, una volta stesi su un mixer, risultano troppo invasivi, inutili o semplicemente ridondanti.
Per quanto riguarda la ripresa delle voci, a mio avviso, la situazione home recording è la migliore, non richiedendo un gran numero di outboard e microfoni. In uno studio commerciale bisogna avere un po’ di tutto, ma se devi registrare solo la tua voce puoi trovare la catena di acquisizione adatta e fermarti lì. In più non ci sono pressioni per fare presto, non esiste un budget da rispettare, l’ambiente è confortevole e non ci sono orecchie indiscrete da cui ci si può sentire giudicati in una fase di lavoro molto delicata. Per contro, tutti questi vantaggi possono trasformarsi in uno stimolo a non chiudere mai le cose, vista la zona d’agio del “producendo”, che può creare conflitto con l’area più disagevole del “già prodotto”.
LP Lavorare su tracce create in condizioni non ottimali e in casa, in Italia e all'estero, quale idea ti sei fatto?
Andrea Benassai Dall’estero di lavori fatti in casa ne arrivano ben pochi, ed è evidente che chi viene in Italia per farsi fare i mix in uno studio top level (o da qui va all’estero, per analogia), si impegna a non farsi cogliere in fallo mandando materiale al limite della sufficienza. È una questione di rispettabilità e di dignità, alle quali all’estero prestano molta attenzione e che sembrano interessare poco i produttori italiani, salvo qualche eccezione. Quando arrivano dall’estero sessioni fatte in studi piccoli (o home), la qualità è generalmente molto alta, a differenza di quanto accade in Italia, luogo dal quale mi arrivano con facilità tracce devastate da tagli non curati, batterie rimesse a tempo e scorticate, oppure interventi di tuning sulle voci così violenti da renderle non lavorabili.
Dubito che tutti i batteristi italiani siano incapaci, o che i cantanti siano dei lupi ululanti: si tratta piuttosto di un’attitudine generale all’editing brutale, fatto spesso in condizioni di ascolto (e di rispetto dei clienti) abbastanza critiche. Facendo un discorso di più ampio respiro, i problemi peggiori riguardano l’editing, più che la qualità delle registrazioni. Una registrazione non buona si può anche salvare, una registrazione buona devastata dall’editing no. Per questo motivo mi faccio sempre consegnare anche le tracce con le compo scelte, ma pre-editing: se c’è qualcosa da correggere, lo faccio con molta attenzione, altrimenti preferisco usare un materiale più integro possibile. Per l’esagerata mole di layer per fortuna esiste il tasto MUTE, che uso con pochissime remore.
Alberto Gallo Per mia esperienza, in post produzione per cinema e TV, sia in Italia che all'estero, si lavora sempre su voci registrate in condizioni ambientali non ottimali. Sono rarissimi i casi in cui la presa diretta può essere fatta in un ambiente favorevole. Diverso è il discorso per il doppiaggio, anche se a volte arriva comunque materiale realizzato in maniera un po’ troppo amatoriale. Nel musicale mi capita a volte di dover inserire parti musicali nei progetti a cui sto lavorando che arrivano dalle situazioni più disparate. Bob Mintzer mi ha mandato ultimamente alcuni soli di sax e delle parti da inserire in una nostra produzione, registrati nel suo home studio, comunque con un pre Neve 1073 e un mic Neumann U67, e ti assicuro che sono meravigliosi, ma non dimentichiamoci che a suonare è uno dei migliori sassofonisti al mondo, anche lui vincitore di Grammy.
Un materiale audio scadente richiede restauro più che trattamento vero e proprio. Anni fa ho dovuto cercare di migliorare alcuni stornelli romani cantati dalla grande Anna Magnani per inserirli in un nuovo mix 5.1 fatto su Neve DFC. Dopo avere provato di tutto, avevamo a disposizione solo compressori, gate ed eq, non come oggi milioni di plug-in, alla fine applicando un minimo di eq centrata sui disturbi più fastidiosi abbiamo risolto egregiamente. Spesso vedo fare troppo overprocessing. Se la sorgente è povera di contenuto armonico si può solo peggiorare aggiungendo processing. Alcune suite di denoising fanno miracoli. Ho salvato un film intero dal doppiaggio con un uso mirato di alcuni denoiser ma non sempre va bene e si è così fortunati. Se nel musicale arriva materiale non all'altezza, spesso da situazioni home, della serie il cantante preferisce farsi le cose a casa per poi inserirle in studio, pretendo che si rifaccia tutto in studio con un fonico professionista e possibilmente qualcuno che si occupi della produzione del cantato, se non sono io ad occuparmene.
L'idea che mi sono fatto comunque è che spesso si confondono le deviazioni mentali degli artisti con la totale incapacità. Guardatevi i video di Frank Sinatra ai Capitol che registra cantati perfetti con l'orchestra live diretta da Quincy Jones o Don Costa. Arrivava in studio sapendo i pezzi, si metteva la cuffia e cantava il take davanti al microfono, ed era perfetto. Tutto il resto sono scuse. Se devo sistemare un take problematico oggi ho tutti gli strumenti necessari ma niente può rimediare a una mancanza di produzione, professionalità e capacità tecnica di tutta la catena, dall'artista al file. Non date la colpa a microfoni, pre, convertitori. John Lennon ha registrato provini a casa su 1/4" che ancora oggi fanno venire la pelle d'oca al primo ascolto e nessuno si è mai chiesto se fossero sufficienti a livello tecnico. Erano e rimangono dei capolavori e questa è la nostra funzione di sound engineer, contribuire a creare e trasmettere i capolavori, con qualunque mezzo.
Marco Borsatti Molto spesso, anche in situazioni che, viste da fuori, sono sicuramente professionali, mi capita di mixare tracce realizzate male, almeno secondo il mio standard. Ci può stare. Oggi il budget è limitato e anche queste tracce contribuiscono ad abbassare i costi. Però qualche domanda me la sono fatta: forse chi registra non riesce a sentire quello che succede nel suo studio, a causa di un’acustica non corretta, perché possono esistere controfasi ambientali che eliminano attorno al fonico quei difetti che poi in un ambiente professionale compaiono e si sentono benissimo, con il risultato di una traccia poco professionale e corretta. A casa, o in un ambiente non professionale, secondo me si può fare di tutto, a patto di ricordarsi che a livello professionale c’è chi si rifiuta di mixare tale tracce. Purtroppo capita di dover prendere il lavoro comunque e, in quel caso, non sai come fare. Mi sono messo le mani nei capelli più di una volta. La mia idea, comunque, è che chiunque è libero di fare la musica che vuole e se il fonico non si sente di fare il lavoro, non succede proprio nulla: ognuno di noi tecnici si specializza nel tempo nel suo suono, ed è veramente importante che le tracce che gli propongono siano il più vicino possibile al suo mondo per creare un opera d’arte, e non un semplice mix che suona meglio di quello originale.
LP Il lavoro di mix in studio, con tracce registrare in home recording, quanto può migliorare la qualità delle tracce originali?
Marco Borsatti Quando mi arrivano tracce che non mi piacciono, cerco sempre la strada più facile per evitare di compromettere di più il suono. Per la batteria me la cavo usando il metodo del trigger per sostituire i suoni dove occorre. Un buon mix può risolvere molte cose e, come continuo a ribadire, dipende sempre dal gusto personale. Per mia indole, faccio fatica ad accontentarmi, ma non è possibile creare oro dal carbone. Se il cliente però è contento sono felice pure io. C’è una bella differenza nei risultati rispetto a una registrazione casalinga: a casa hai un ambiente solo, un solo o pochi microfoni e un solo preamplificatore microfonico.
Naturalmente sto generalizzando. Nella maggioranza dei miei lavori, registro il materiale che poi andrò a mixare. Per me è importante il mix in progress: mentre registro mixo, cioè creo il suono degli strumenti, voci, ambienti quasi definitivi. Comprimo, equalizzo da subito con tutto l’outboard che ho a disposizione nel mio studio. Scelgo i microfoni più adatti per le riprese, li metto, secondo il mio gusto, nella posizione più adatta e li preamplifico col pre e con il livello più consono. Tornando però alla domanda, non tutto è perduto. In tutti questi anni di lavoro, ho imparato che non sono le attrezzature, i software o le macchine che fanno un suono, ma tutto dipende da come le usi e soprattutto da chi le usa e dove le usa. Ovviamente in uno studio professionale è più semplice e veloce.
Andrea Benassai Nel caso di sessioni massacrate dall’editing si può fare poco o niente. Nel caso di produzioni più oculate la differenza è sostanziale ed è evidente anche a orecchi poco allenati, non ci sono dubbi. Quanto questa differenza, che può essere anche piccola in termini percentuali rispetto a un ottimo mix casalingo, sia determinante, è un dato oggettivo nella sostanza, ma diviene soggettivo in fase di scelta di finalizzazione (mix e mastering), soprattutto perché – a priori – nessuno ha l’eventuale controprova. In fase di decisioni esecutive le strade che si prendono sono segnate e nessuno saprà mai come avrebbe suonato una canzone mixata da un altro mix engineer, OTB piuttosto che ITB, o su SSL piuttosto che su Neve. Un tempo queste cose si conoscevano bene e si indirizzavano.
Oggi si va a caso, spesso ascoltando più il portafogli della logica. Per quanto mi riguarda (porto un esempio che uso sempre), in Formula 1 un distacco del 3% su un giro è poco significativo, tutto sommato. In fondo ad un Gran Premio però vale la prima posizione o una vettura doppiata sei volte. Anche un miglioramento minimo, moltiplicato per molte tracce, fa la differenza tra un mix accettabile e uno eccellente. Quando questo scarto vale molto in termini economici allora la decisione può essere anche messa in discussione, ma visto l’esiguo divario nel budget tra un mix fatto bene e uno casalingo fatto male, per me non dovrebbero esserci dubbi. Togliendo dal campo l’aspetto ludico e di controllo sulla propria musica (una chimera, in realtà), sarebbe sempre meglio affidarsi a qualcuno più esperto di noi nelle varie fasi della lavorazione.
Ogni mente è il distillato di sensibilità e cultura diversa, e ognuno può apportare sostanziali vantaggi ad una produzione, nella sua zona di competenza. Questo è anche il motivo della nascita, oltre ogni logica di mercato, di studi di mastering, i quali sono ormai diventati di gran lunga più numerosi degli studi top level: la loro ragione d’essere è che, più che fare mastering, fanno ospedalizzazione dei mix.
Alberto Gallo Parlando di mix secondo me non ci sono alternative, soprattutto per la carenza dei sistemi di ascolto casalinghi, e per sistema intendo tutta la catena speaker e acustica della stanza. Io in regia devo avere un sistema lineare che mi permetta di lavorare su tutto lo spettro udibile, sapendo esattamente cosa succede. Non posso avere un problema a 30 Hz o a 12.000 Hz e non saperlo, devo poter dare +/- 15 dB a 3.000 Hz, 8.000 Hz, 60 Hz senza avere il problema che i tweeter o i woofer dei monitor me li trovo dietro le spalle, e soprattutto non devo fare risuonare le finestre, le porte, il box doccia del bagno. Ovviamente sto esagerando, ma questo per dire che l'ambiente giusto per controllare e mixare le tracce di un brano musicale è la control room di uno studio.
In una vera regia sotto le mani e le orecchie sapienti di un professionista anche il materiale realizzato in situazioni home può migliorare almeno del 50% per me. Non tanto nel controllo dei singoli suoni, intendiamoci, oggi con i giusti riferimenti anche in una situazione home, un bravo fonico può ottenere risultati e suoni eccellenti, ma nel bilanciamento del mix e nel posizionamento spaziale dei suoni lavorare in una vera control room permette risultati difficilmente raggiungibili secondo me in una situazione home. Non ne faccio comunque mai una questione tecnica di attrezzature hardware o software, ma di capacità, professionalità e preparazione di chi lavora. Ovvio che un mix realizzato con apparecchiature stellari da mani sapienti suona subito meglio senza grossi sforzi, ma spesso l'abilità sta proprio nel fare suonare comunque professionale un master anche con mezzi più comuni.
Realizzare un buon mix 5.1 senza una regia appositamente attrezzata e tarata rende il lavoro difficilissimo e una vera scommessa. Il lavoro di mix deve essere fatto di certezze non di scommesse, ma spesso viene premiata l'idea chiudendo uno o tutti e due gli occhi sulla sola qualità tecnica. Comunque anche quest'anno hanno vinto Grammy produzioni di altissimo livello tecnico, magari nelle categorie più disparate, che vanno dal sound design alle colonne sonore, e lì niente è stato fatto in casa. Chiaro che quando alla genialità si unisce una realizzazione curata ed impeccabile, si può anche forse pensare di fare qualcosa che rimanga nel tempo.
Frank Caruso Il mix in studio ci restituisce sicuramente un percorso di analisi più approfondito, nel verificare i piani sonori e le frequenze più o meno nascoste, grazie ad ascolti professionali e a un ambiente che dovrebbe, almeno in teoria, essere verificato e strutturato rispettando le giuste caratteristiche fisiche. Certo se lo studio è semplicemente un ambiente più grande di quello domestico, è tutto inutile…Mi riferisco quindi a studi di registrazione progettati nel rispetto della fisica acustica e non fatti per stupire con grandi mixer più o meno utili. Inoltre c’è la possibilità di eventuali re-amping delle nostre tracce con un vero cabinet: veicolare la nostra track a un amplificatore di alta potenza al massimo del volume chiuso nella stanza di ripresa, con microfoni che ne catturano anche la room, potrebbe essere un valore aggiunto difficilmente raggiungibile in ambito domestico anche con i plug-in.
LP È Possibile completare una preproduzione pop seria e accettabile in ambiente domestico che comprenda anche la ripresa delle voci?
Alberto Gallo Potrei fare la premessa più scontata da social: ovviamente non sono i mezzi ma le persone che fanno la differenza. Intendo dire che è sicuramente migliore una produzione fatta in casa da Bob Clearmountain o Alan Parson che una fatta in studio da me, ma l'argomento necessita di qualche precisazione in più. È riduttivo parlare di produzione, di casa, di studio se non si considerano il genere musicale, il tipo di arrangiamento e produzione, la formazione e soprattutto la qualità richiesta del prodotto finito. Che la produzione di Billie Eilish non richieda uno studio come i Capitol è ovvio. Trattandosi di una produzione costruita a computer con elettronica, campioni, loop, seppur di strumenti veri registrati, e di cantati registrati separatamente. Il suo modo di cantare abbastanza intimo e sicuramente a distanza ravvicinatissima al microfono tende a rendere inutile una sala presa dalle caratteristiche acustiche pregiate.
Assolutamente diverso è il caso di una band o di un prodotto che richieda la registrazione di un ensemble strumentale in contemporanea al cantato. In questo caso gli esempi di registrazione casalinga lasciano spesso il tempo che trovano. Possiamo dire che Peter Gabriel si fa i dischi in casa, sempre se consideriamo i Real World Studios casa sua. Ho visto citare esempi altisonanti dimenticandosi che i suddetti esempi in casa hanno studi e attrezzature da milioni di euro. Per la ripresa delle voci con le soluzioni acustiche portatili oggi disponibili, secondo me, è assolutamente possibile registrare cantati utilizzabili nel master finale. Spesso si preferisce un ambiente amico e rilassato per realizzare i cantati dell'artista. Purtroppo i tempi ed i budget di produzione attuali non permettono più di fare diventare domestico e abituale lo studio come succedeva anni fa.
I Beatles erano di casa in studio e quella casa dove potevano esprimere il loro genio giorno e notte 24/7 erano gli Abbey Road Studios. Cosa manca oggi secondo me? Non la tecnologia, non la possibilità di realizzare prodotti di serie A in casa, ma si è perso il senso del lavoro di gruppo con produttore, arrangiatore, artista, autori...un vero team che ragionando da industria dello showbiz lavorava mesi o anni per produrre dei capolavori. Se conoscete la produzione 1 Giant Leap, potete ascoltare la tipica produzione on the road realizzata con un MacBook, una scheda audio professionale e credo Logic. Alla fine è stato realizzato un prodotto interessantissimo, che suona benissimo e dal contenuto artistico superiore a tantissimi CD realizzati nei migliori studi. Ha ricevuto almeno due nomination ai Grammy ed è stato nella top 10 inglese. Per concludere direi da produttore/musicista, prima che da fonico, che è sempre comunque la sostanza che conta e oggi con poche migliaia di euro si può sicuramente allestire un setup utile per registrare a livello professionale una voce.
Ovviamente cambia tutto se si deve produrre una big band o un'orchestra sinfonica o una band in registrazione live. Per questo per fortuna è ancora necessario lavorare in un ambiente dall'acustica perfetta, con ambienti confortevoli per farci entrare venti o più musicisti e magari con la possibilità di separare alcuni elementi. Questo ambiente ancora oggi si chiama studio di registrazione. Per quanto invece riguarda il mix per me ancora oggi non ci sono alternative allo studio. Serve un ascolto assolutamente senza compromessi, attrezzature allo stato dell'arte, che siano hardware o software non importa, ma vanno usate in un ambiente dove l'acustica permette di concentrarsi sui dettagli. Sono i dettagli a fare la differenza grossa tra un prodotto professionale e un demo o un prodotto amatoriale, questo lo sostengo da sempre in tutti i campi. Non si può fare un prodotto perfetto senza poter sentire e controllare i dettagli.
Tutto deve essere finalizzato al senso artistico delle cose. Un segnale carente e povero difficilmente darà un risultato soddisfacente in mix, sarà difficile da posizionare nella giusta prospettiva sonora e spesso, più si cercherà di rimediare applicando effetti e plug-in, più si peggiorerà la situazione. Abbiamo sdoganato il finto e l'home recording per giustificare i prodotti low budget. Non sarebbe dovuto succedere. Una volta il filtro era la casa discografica che, ascoltati i provini di un artista ritenuto valido, lo mandava in studio per realizzare un master professionale. Oggi si è saltato tutto questo processo pubblicando direttamente i provini mascherati da pseudo master.
Frank Caruso Completare una produzione pop o rock, per me è assolutamente possibile, a patto che siano però rispettate alcune condizioni fondamentali. Una su tutte sono gli ascolti: dobbiamo essere certi che il nostro sistema di registrazione lavori in un ambiente che ci possa restituire un ascolto lineare, con la certezza di non essere ingannati da false frequenze, condizione che ci porterebbe inevitabilmente a compensare il timbro con frequenze che poi in mix potrebbero rivelarsi dannose, e mi riferisco soprattutto alle medio basse, una zona sempre molto critica. Quello che consiglio è un ascolto di buona potenza dotato anche di sub, per poter monitorare anche le frequenze sotto gli 80 Hz, un analizzatore di spettro sempre a schermo e un confronto degli ascolti anche su monitor più piccoli e cuffie di buona qualità.
Per la voce è importante avere un ambiente senza riflessioni, ma gli ultimi box che il mercato offre (pannelli fonoassorbenti portatili), sono degli ausili davvero funzionali per isolare e assorbire riflessioni altrimenti pericolose. Per le chitarre il virtual guitar ha raggiunto livelli altissimi, e registrare utilizzando plug in come IK Multimedia Amplitube 4 o Positive Grid Bias o semplicemente Kemper, consente di avere delle emulazioni di cabinet davvero efficaci. È però importante avere il plug-in solo in insert e mantenere la registrazione della nostra guitar anche unprocessed: questo potrebbe consentirci in fase di mix, magari in un altro studio, di poter sommare anche un reamping con un vero cabinet microfonato se l’ambiente di ripresa lo consente. La finalizzazione è importante, e consente di rifinire le nostre track con piccoli accorgimenti necessari ad un buon risultato finale, uno su tutti la compressione e non ultimi gli ambienti, per la giusta gestione dei piani sonori.
Per la compressione normalmente utilizzo la suite Maserati di Waves mentre per gli ambienti mi rivolgo esclusivamente a Lexicon, sia in versione plug-in che in versione hardware. Con le tecnologie recenti si riesce assolutamente a raggiungere livelli di produzioni equiparabili agli standard professionali, ma ricordiamo tre aspetti da non trascurare: gli ascolti, quindi la scelta di monitor di fascia alta, una scheda audio performante con bassi livelli di latenza, corredata da un buon cablaggio digitale, e uno standard di lavoro compatibile con gli standard professionali (frequenze di campionamento non inferiori a 44.1 kHz 24 bit.
Marco Borsatti Completare una pre-poduzione in casa? Mi fai una domanda complicatissima ma posso risponderti subito di si: serve un portatile, un’interfaccia di buona qualità, un microfono e via che si inizia. Sembra facilissimo e semplicissimo. Basta avere le idee chiare, soprattutto. Per me nel campo artistico, che sia musica, pittura o cinema, non esiste il giusto o lo sbagliato, il bello e il brutto, ma semplicemente il mi piace e il non mi piace. Chiunque può creare quello che gli piace fare e lo può tenere per sé o divulgarlo, in questo caso si vedrà se piace o no! Anche da un punto di vista tecnico vale la stessa cosa. Poi se lo si fa bene tanto meglio, non si incazza nessuno a patto però che suoni! Avendo iniziato quasi trent’anni fa, era una norma quando si iniziava un lavoro nuovo, tarare tutto lo studio.
In camera da letto con un PC c’è poco da tarare ma ci sono regole che devono essere sempre rispettate: quando tengo un seminario o un corso, ci tengo sempre a spiegare come si fa e cosa significa RMS, picco, -15 dB. Purtroppo in pochissimi sono a conoscenza della materia. Per quanto riguarda la ripresa della voce, o chitarre, per esempio, si può fare tranquillamente anche a casa, ma ammetto che se non hai le giuste competenze per risolvere tutti i problemi che si incontrano in un appartamento adibito fugacemente a studio di registrazione, è difficile arrivarne a capo. Se dovessi trovarmi obbligato a fare un lavoro in queste situazioni di emergenza, per prima cosa posizionerei il tavolo nel punto meno risonante della camera e lo orienterei in diagonale rispetto ai muri per evitare spiacevoli ritorni delle basse frequenze in controfase. Userei tutte le tende che trovo appese, e se siamo in camera da letto, metterei tutte le coperte che trovo negli angoli.
Le trappole acustiche che ho provato in questi anni sono utili per trattare le medie e alte frequenze, per le basse occorrono trappole importanti, io le chiamo panini cioè strati di compensato e materiale fonoassorbente di alta densità. Mi difendo appunto con le tende e metto le mie casse il più possibile vicino a me. Ho provato anche più volte a registrare e mixare in cuffia. Fin che registri, facendo spesso paragoni con il tuo materiale di riferimento, porti a casa il lavoro. Mixare in cuffia mi risulta difficile. Il nostro sistema uditivo non è abituato a sentire normalmente con le cuffie, non le metto abitualmente, se non per ascoltare musica in treno. Faccio soprattutto fatica a gestire le riverberazioni e la profondità. E’ una cuffia e le alte frequenze riesci a gestirle, ma non potrai mai sapere come si comportano le basse frequenze in un ambiente non trattato con un vero e giusto progetto acustico visto che sono lente e forti.
Se non le senti ti troverai un mix carico di basse, se le senti troppo arriverai a una trombetta come sound generale. E’ per questo che metto le casse vicino a me, usandole a basso volume, in questo modo non avrò troppe riflessioni sgradevoli che alterino il mio lavoro. Attualmente il mio setup minimo casalingo è formato da un Apple Mac Book Pro, la mia Arturia Audio Fuse, i monitor Yamaha HS7, cuffie con sistema di calibrazione Sonarworks, un analizzatore di spettro Klark Teknik DN60, un paio di microfoni sE Se220 per la voce e un Se8 per varie riprese di chitarre e affini. Ho solo due ingressi microfonici, e poi in casa sarebbero sprecati impianti e attrezzature di alto livello! Se si è capaci si riesce a far tutto! E, in un ambiente da home recording, cosa fai… spendi cinquemila euro per un Brauner VM1 e metti l’asta vicino al muro così riprendi anche lo scarico del bagno? Lo stesso concetto è valido per l’outboard: a cosa serve quando nelle mie chiavette iLok ho tutto quello che mi serve?
Rimaniamo sempre in un appartamento, ma se Billie Eilish si fosse trovata nel 1990, avrebbe avuto la possibilità di fare un successo così importante? Non ho gradito che si sia fatta tutta questa pubblicità al suo lavoro in camera da letto. Bisogna rispettare sempre il lavoro in studio di registrazione di chi ci investe la sua vita. Analizzando i suoi brani, se ascoltate le prime parole di Everything I Wanted, notate il taglio drastico per togliere i rumori delle ventole del computer alla fine della frase. Inoltre tutte le regioni della voce sono troncate, e allungate con riverberi e delay per nascondere il difetto! Se si sente solo il pezzo, appare un arrangiamento molto minimale, il suono non gira nelle mie corde. Non sento la spazialità, non lo avrei mixato così. Però ascoltandola fino alla fine, guardandola col video, mi ha emozionato. I testi sono molto crudi ma ti coinvolgono.
Nella valutazione globale, con il video che ti rapisce, rimane un bel progetto. Anche i numeri lo affermano, ma bisogna però notare che i video clip non sono fatti in camera da letto! Per chiudere sulla tua domanda, ti rimando a un progetto di venti anni fa: mi è capitato di mettere giù qualche pezzo con un mio caro amico, in soggiorno, con il vecchio Pro Tools LE 7.4, un paio di Yamaha NS10, un Lexicon LXP15, un Yamaha SPX50D per la batteria e un Roland SDE330. I computer di allora non avevano abbastanza banane! Il risultato onestamente è stato per me più che soddisfacente. Ti allego anche la traccia su Spotify.
Info
Andrea Benassai email info@sonoria.net
Marco Borsatti email info@marcoborsatti.com
Frank Caruso email f.caruso@globalsoundnet.com
Alberto Gallo email info@digitallakestudio.it















