Sign in / Join
0

Officina Del Suono, Someone Like You analisi di un successo

Confezionare un successo, il sogno e l’incubo di tutti i musicisti, produttori, discografici e cantanti

Nessuno saprà mai in anticipo se un disco in uscita, al di là di qualsiasi spinta promozionale e mediatica, di aspettativa e credibilità artistica, potrà davvero essere un successo. Io parlo di riscontro vero e spontaneo, quello che riesce a superare anche gli inganni e le forzature dell’informazione subliminale o diretta. Alla fine, è una storia e un corteggiamento, un duello tra artista e pubblico da conquistare a uno a uno. Entrano in gioco tanti ingredienti ma, uno su tutti il più puro e incomparabile: l’emozione! A tutti noi sarà capitato nella vita, almeno lo spero, di avere avuto il brivido sulla pelle, per delle note di una canzone e per l’interpretazione di un artista.

Chimica, dinamica, sensibilità, istinto. Tutto soggettivo, ma a volta arriva quella diffusa oggettività che automaticamente determina un successo. Alchimie che determinano l’importanza o no di un riscontro e le sue proporzioni. Parliamo, per esempio, di Adele e della sua famosissima Someone Like You. Il testo in questione è garbato e di mestiere, la solita storia che finisce, le strade che si dividono e la dichiarazione che nessuno sarà mai come te. Fino qua, tutto nei canoni. Sicuramente, una voce grandiosa e capace di arrivare ed emozionare. La prima volta che l’ascoltai fu in auto. Mi lasciai semplicemente prendere dal brano, senza stare a pensare al mio lato distorto professionale del perché e del come. Non mi resi conto nemmeno che tutto reggeva su una voce, una melodia e un pianoforte! Analizziamo allora il perché di tanto successo.

 

L’esecuzione

Seicento milioni di visualizzazioni e milioni di dischi venduti, devono significare qualcosa. Un brano di quasi cinque minuti che nella sua pur semplice e scarna esecuzione, ti tiene attento. L’arpeggio geniale del pianoforte, che muove le armonie il meno possibile, indicando nel cambio delle basse con la sinistra le armonie stesse, che non sempre sono espresse dalle toniche ma da una discesa tonale proprio per rendere i passaggi più vicini e quindi ossessivi. La melodia della strofa, medio bassa nella sua trama melodica, sale di una quarta nel ritornello dove, la mano sinistra, per dare un senso di cambio e maggiore impatto tocca le toniche e chiarisce il concetto armonico, indicando a livello emozionale, un impatto più diretto. Un bridge dove Adele si raddoppia e si armonizza, mentre il piano continua incessante nella sua perfetta monotonia. Colpo di scena, l’arpeggio si ferma un attimo e noi avvertiamo subito un senso di vuoto e di grande mancanza. Ci pensa Adele a sostenerlo e poi come in tutte le storie a lieto fine, si riprende incessanti nell’arpeggio e il cerchio si chiude.

L’analisi compositiva

Credo sia qui il grande segreto di tutto; facciamo un passo indietro: diversi anni fa, John Sloboda psicologo inglese, fece un’indagine, interpellò una serie di professionisti della musica e chiese a ognuno di elencare per una canzone eventuali passaggi che possono portare a vere e proprie reazioni psicofisiche nell’ascoltatore, dalla commozione alla pelle d’oca. Diciotto individui su venti evidenziarono una tecnica musicale chiamata appoggiatura. L’appoggiatura è un abbellimento musicale che viene usato per ritardare la nota principale che la segue immediatamente, chiamata nota reale. È scritta più piccola e toglie valore alla principale, che però viene lo stesso scritta nel suo valore effettivo. Di solito si trova a distanza di un tono o semitono. Si viene a creare quindi una dissonanza che genera tensione nell’ascoltatore e la risolve con il ritorno al suono originale.

Il susseguirsi di diverse appoggiature nella stesura della melodia, può determinare questo stato emozionale o addirittura di commozione. Someone Like You, scritta da Adele e Dan Wilson, ha ingredienti simili alle appoggiature come nel ritornello, dove Adele varia e allunga le note finali, usando appunto semitoni per dare questo senso di tensione e rilascio. In breve, sono usate dinamiche diverse in alternanza, forte e poi piano, piano e poi forte, cambio di range vocale, per tenere in tensione e in attenzione l’ascoltatore. Una musica che ci piace, può scatenare nel cervello una sostanza come la dopamina, che può aumentare i battiti cardiaci, la pressione arteriosa e la sudorazione, eccitazione e pathos. Siamo quindi portati a ripetere l’esperienza: più emozioni ci suscita una canzone, siano queste felici o tristi, più desideriamo riascoltarla.

La ripresa del pianoforte

Come sempre succede quando un pianoforte deve sostenere tutta l’impalcatura di un brano e risultare determinante in tutto l’arrangiamento, credo che la cosa più frequente, e questo ne è un esempio, sia di usare una microfonazione aperta e variegata. Un set misto di microfoni e posizionamenti diversi, a seconda delle caratteristiche degli stessi. Il nostro vizio di fondo, da molti anni a questa parte, è quello di essere abituati oramai al suono digitale, di solito molto diretto, close e compresso. Un suono bello e pronto, tanto uguale in tanti dischi o demo, e quindi da una ripresa acustica pretendiamo presenza e respiro nello stesso tempo, ambienza, ma da poter assolutamente gestire poi in missaggio. Un suono come questo, morbido e allo stesso tempo diretto, si potrebbe ottenere con due microfoni piezoelettrici Crown Pzm 180 applicati a pressione sulla ghisa del pianoforte a coda.

Per una microfonazione ravvicinata anche io ho usato spesso una coppia di Neumann KM 184, in dotazione nella maggior parte degli studi. Per la room una coppia di AKG 414 (ne posseggo una coppia dal 1980), oppure due microfoni a nastro come i Coles 4038 per un suono caldo e morbido. Avremmo così abbastanza punti di vista o, meglio, di ascolto per gestire in missaggio il suono con varie possibilità di scelta. Un vecchio Lexicon 224 Larc, sicuramente uno dei più sinceri testimoni della categoria riverberi, con una room moderata solo per esaltare e ampliare la cubature della stanza di ripresa.

Per quanto riguarda la preamplificazione, un Focusrite Red a quattro canali, per una ripresa molto veloce dei piezoelettrici, un pre audio a quattro canali della italiana Arrel Audio dell’amico Livio Argentini, dai preamplificatori molto chirurgici e assolutamente incolori per la coppia di Neumann e gli AKG, e poi il mio pre preferito per tutte le stagioni, un Chandler Germanium che con le due regolazioni gain e feedback, ti dà quella possibilità di tirare il suono ed esasperarlo o scaldarlo ancor più. Nessun equalizzatore in ripresa, credo che basti un giusto posizionamento e angolazione dei microfoni. Per la compressione due Empirical Labs Distressor per la coppia di Neumann, due vecchi e gloriosi dbx 160A per gli AKG. Per i piezo Crown, plug-in Avid compressor limiter, con una threshold intorno almeno a -20 dB.

 

L’ascolto critico

Un pianoforte e una voce ben compenetrati uno nell’altro. Un suono in generale ricco di armoniche e con uno spettro sonoro ampio. Una room discreta usata per la voce e un microfono che mi porta a pensare a un Brauner Valvet, così generoso nelle basse e morbido. Un delay entra in azione nel ritornello, sempre con una mandata ben dosata. Adele canta molto vicina al microfono con un grande controllo delle labiali. Nel bridge, maggiore pressione nell’esecuzione del piano e il compressore si fa sentire di più, ma sempre mantenendo grande e apparente naturalezza. La voce entra anch’essa di più nella catena delay/compressore per ritornare nel finale alla presenza iniziale.

 

Leave a reply