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I microfoni dinamici in studio: nastri e bobine mobili - l'inchiesta


Sulla carta meno efficienti e dettagliati dei cugini a condensatore, anche in studio i microfoni dinamici possono mostrare il loro carattere e guadagnarsi un ruolo di primo piano.

La ripresa microfonica in studio di registrazione è nella maggioranza dei casi volta alla ricerca di ottima linearità e definizione sonora, a differenza di altri contesti operativi nei quali certi aspetti vengono parzialmente penalizzati in favore di altre esigenze di natura pratica. Su un palco, per esempio, l’impiego di trasduttori particolarmente sensibili potrebbe dar luogo a conseguenze poco funzionali, con riprese microfoniche contaminate da invadenti rientri sonori e potenziale causa d’innesco di fastidiosi feedback acustici. Seccature in gran parte trascurabili nell’ambito dello studio di registrazione, dove invece si cerca di delineare le proprietà della sorgente sonora con massima precisione, soprattutto in termini di dinamica e risposta in frequenza.

Allontanandoci però da considerazioni di pura teoria, scopriamo situazioni reali nelle quali le prestazioni dei microfoni dinamici, siano essi a nastro o a bobina mobile, potrebbero meglio adattarsi a certi bisogni di natura produttiva o ad alcune proprietà sonore dello strumento che ci si appresta a registrare. È in questi momenti che l’abilità e l’esperienza del fonico o del produttore possono giocare un ruolo determinante, azzardando scelte poco convenzionali e sperimentando nuove soluzioni, spesso guidate dall’intuito e dall’ispirazione. Discutendo di questi argomenti con alcuni affermati professionisti, abbiamo raccolto alcuni utili consigli e testimonianze sull’impiego di questi strumenti nella ripresa microfonica in studio.

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Luca Vittori

Cominciamo la nostra indagine con Luca Vittori, che abbiamo incontrato nel bel mezzo di una produzione alle storiche Officine Meccaniche di Milano. Abbiamo chiesto il suo parere sul ruolo dei microfoni dinamici in un contesto di registrazione e su come le sue molteplici esperienze professionali abbiano influenzato il suo modo di utilizzarli.

Luca Vittori: Mi viene in mente un aneddoto che risale ormai a un po’ di anni fa, ma che credo possa ben rappresentare la mia esperienza in merito: in passato ho avuto diverse collaborazioni con Little Steven e in uno dei nostri primi incontri all’Excalibur, sempre qui a Milano, decisi di utilizzare i due Neumann U67 dello studio per la sua voce e per la sua chitarra. Dopo alcune prove poco convincenti, mi chiese di fare un tentativo sostituendo i due Neumann con degli Shure SM57. Tornato in regia al termine della prima take, il suo commento fu: that’s my sound! In effetti aveva ragione lui, perché l’energia di quel suono era valorizzata dai microfoni che stavamo usando. In certe situazioni ti rendi conto che ciò che realmente serve per una buona registrazione non sempre coincide con prestazioni superiori, ma solo sulla carta.

È molto importante che il musicista si riconosca nel suono ottenuto, e questo è un discorso che sempre più spesso vale anche per il fonico: per anni la tecnologia si è sviluppata ricercando la massima fedeltà e linearità sonora, e ora che con l’audio digitale questi limiti sono stati ampiamente superati, sentiamo la mancanza di alcune caratteristiche determinanti. Siamo cresciuti ascoltando dischi registrati in un certo modo e quello è il suono che abbiamo in testa e che andiamo a ricercare. Il suono di moltissime batterie o chitarre di produzioni ormai storiche è stato ottenuto grazie all’impiego di alcuni microfoni, in gran parte dinamici anche per una questione economica: la registrazione era quasi tutta in diretta e i pochi microfoni pregiati erano riservati alle voci e poco altro. Probabilmente è il motivo per il quale oggi si stanno riscoprendo anche i microfoni a nastro: certe sonorità le puoi ottenere solo così.

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Luca Vittori

Gli stessi costruttori ricercano soluzioni, come ad esempio l’impedenza variabile di alcuni preamplificatori, che permettano di coniugare la qualità dei sistemi moderni con una certa colorazione del suono. Chiaramente per ottenere i migliori risultati dai microfoni dinamici, soprattutto da quelli a nastro, è importante disporre di un’ottima headroom per garantire un adeguato margine di guadagno. Per altri versi, le esperienze lavorative come quella dell’Excalibur, mi hanno anche insegnato a operare delle scelte meno convenzionali. Per esempio ho visto Franco Santamaria, fonico storico dello studio in quel periodo, riprendere una batteria solamente con microfoni a condensatore, impiegando dei Neumann U87 per tom e timpano e un U47 FET per la cassa! È un altro suono, completamente diverso rispetto a quello che si può ottenere con i classici Sennheiser MD421, AKG D12, ecc. Per produzioni nelle quali è importante conservare e valorizzare la dinamica dell’esecuzione, queste sono davvero soluzioni eccellenti.

Stefano Pinzi: Purtroppo però, se i tempi di produzione si stringono, rimane sempre meno tempo per ricercare nuove alternative.

LV: Questo è un altro aspetto che, soprattutto in tempi recenti, ha influito molto su ciò che oggi ascoltiamo. Si tende sempre più spesso ad andare sul sicuro, adottando soluzioni standard per garantirsi un risultato e per risparmiare tempo. Una volta poteva capitare di utilizzare un’intera giornata in studio solo per ricercare un determinato suono, oggi si prova a rimediare con qualche plug-in, ma i risultati chiaramente non possono essere i medesimi.

Taketo Gohara

Affidiamo l’approfondimento del tema della nostra inchiesta alle conoscenze e all’esperienza di Taketo Gohara, che così descrive il suo rapporto con i microfoni dinamici nel lavoro in studio.

Taketo Gohara: In generale potrei affermare di non esserne un grande estimatore, anzi esagerando aggiungerei che, potendo farlo, utilizzerei sempre dei microfoni a condensatore! Ovviamente le cose non stanno così, i microfoni dinamici li uso eccome, magari meno spesso rispetto ad altri colleghi. È una scelta personale, di gusto, non ne faccio una questione di meglio o peggio. Ci sono riprese come quelle dei tamburi o degli amplificatori che realizzo con microfoni dinamici, in modo abbastanza classico. Questa però è molto spesso una scelta che deriva da una necessità pratica più che da una reale questione di resa sonora. Per il rullante e i tom, quando posso, preferisco utilizzare dei microfoni a condensatore, e anche nella registrazione delle chitarre elettriche finisco sempre con l’accoppiare la ripresa di un dinamico (i classici Shure SM57 o Sennheiser e 606) con la risposta di un Neumann U87 o U47, per esempio.

Stesso discorso vale per le voci: almeno un dinamico lo provo sempre, ho fatto anche dei test con il Sennheiser MD421, ma alla fine propendo per la qualità timbrica di un condensatore. Probabilmente questo dipende anche molto dai cantanti con i quali si ha a che fare e dal risultato che si vuole ottenere: in una voce cerco presenza e profondità, ma anche respiro; difficilmente le proprietà di un microfono dinamico consentono a queste tre caratteristiche di coesistere. Anche per gli strumenti a fiato vado soprattutto alla ricerca di un suono pieno e arioso, piuttosto che dell’aggressività in media frequenza che potrei ricavare da un SM57 o da un MD421. A meno che non ci sia l’esigenza di registrare una sezione di tre, quattro o più musicisti in una sala di piccole dimensioni: in quei casi capita quasi sempre di optare per delle riprese ravvicinate con microfoni dinamici, ma come dicevo è una scelta che deriva dalla necessità di limitare i rientri sonori tra le diverse sorgenti.

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Taketo Gohara

SP: Ti è mai capitato anche di fare il contrario, ovvero collocare un dinamico dove solitamente ci si aspetterebbe di trovare un condensatore?

TG: A volte ho utilizzato delle coppie di dinamici per la ripresa del pianoforte, anche su dei gran coda per esempio. Il suono è meno glorioso, più asciutto. Più povero e triste forse, ma anche in questo caso è tutta una questione di esigenze e di punti di vista. Spesso quello che per te è normale per altri è particolare, o viceversa. Sono microfonaggi che solitamente accompagno a tecniche più tradizionali, realizzate con microfoni a condensatore. Spesso però il suono che viene catturato dentro la cassa armonica dello strumento non è abbastanza realistico: ciò che l’ascoltatore percepisce è molto più offuscato, meno definito.

Con due SM57 in configurazione XY riesco a ottenere un risultato che trovo si avvicini di più all’immagine sonora di chi ascolta. Nelle stesse condizioni ho testato anche dei dinamici a nastro: i Royer sono molto belli, ma per quel che cerco di ottenere in queste situazioni li trovo già fin troppo definiti. Preferisco una risposta particolare come quella dei Coles 4038 o di alcuni vecchi nastri della RCA, che hanno un proprio carattere e che ti permettono di ottenere un impasto sonoro unico.

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Shure SM57

Davide Rosa e Marco Olivi

Presso il Blue Spirit Recording, studio di proprietà delle edizioni musicali Ishtar, incontriamo Davide Rosa, ideatore e fondatore con Luciano Cantone, di questa società. Su consiglio di Davide, coinvolgiamo nella discussione anche Marco Olivi, entrato nel gruppo come giovanissimo assistente di studio e sempre più determinante nella gestione tecnica dell’attività di produzione. Ne deriva una chiacchierata ricca di spunti molto interessanti sull’impiego dei microfoni dinamici in studio.

Davide Rosa: È ovvio che certe situazioni comportino scelte ormai consolidate e piuttosto standardizzate. Capitano però anche casi particolari, nei quali il risultato ottenuto da un microfono dinamico viene preferito a un sound più definito. Per alcune impostazioni vocali, ad esempio, abbiamo spesso utilizzato il PL20 di Electro-Voice, con grande soddisfazione e con ottimi risultati. In generale, quando si lavora con strumenti di qualità, si tratta solamente di fare la scelta più opportuna.

Marco Olivi: Da assistente, più volte mi è capitato di allestire un blind test per fonico e produttore, così da consentire una valutazione immune da influenze esterne. In altre situazioni si può anche andare a colpo sicuro, convinti di quel che si sta facendo. Per sorgenti che hanno un’emissione sonora elevata, il microfono dinamico è quasi d’obbligo, sia per una questione di funzionalità, sia per ottenere da subito la giusta sonorità. Mi riferisco soprattutto alla ripresa degli amplificatori per basso e chitarra elettrica, delle batterie e anche di alcuni strumenti a fiato. Dipendentemente dal progetto e dal sound generale del brano, una certa perdita di definizione nella risposta in alta frequenza può dimostrarsi una caratteristica utile e interessante anche su sorgenti per le quali tipicamente si ricerca maggiore dettaglio.

Nella ripresa della chitarra acustica mi piace accoppiare la risposta di un condensatore Schoeps con quella di uno Shure SM57, fissando i due microfoni con del nastro adesivo per minimizzare le differenze di fase. Durante il mix, potrò così decidere come combinare le proprietà sonore delle due riprese, o di escludere totalmente l’una in favore dell’altra. La risposta in alta frequenza dei microfoni a nastro, poi, necessita di una valutazione a parte: per i piatti e gli over-head della batteria, per esempio, si possono ricavare degli impasti sonori molto piacevoli. Idem per certe chitarre elettriche.

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Davide Rosa e Marco Olivi

DR: Semplificherei dicendo che dipende molto dalla situazione: se ci si fissa su configurazioni sempre uguali non si riuscirà mai a capire come adattarsi alle caratteristiche del musicista, dello strumento, del brano e della produzione che si sta realizzando.

SP: Vi vengono in mente anche esempi estremi di utilizzo dei dinamici? Ci sono situazioni in cui forse sarebbe opportuno fare un passo indietro?

MO: Ho visto abbinare l’SM57 a dei condensatori nella ripresa del pianoforte, ma è una soluzione che non mi ha mai particolarmente convinto. Trovo invece interessante quella di una coppia di dinamici per la ripresa d’ambiente, specialmente con le batterie e soprattutto quando sono necessarie compressioni molto forti. I microfoni dinamici sono anche un’ottima soluzione per lavorare in ambienti acusticamente poco favorevoli: questo studio non ha certamente problemi di questo genere, ma in situazioni di home recording, complice il favorevole abbassamento dei prezzi di certi prodotti, spesso la scelta ricade su capsule microfoniche più sensibili che però cattureranno una maggiore quantità di riflessioni e di rumori indesiderati.

Magari con uno Shure SM58 si potrebbe ottenere un risultato più vicino ai propri bisogni! È anche importante trovare il giusto accoppiamento con un buon pre-amplificatore. Per la ripresa delle chitarre elettriche utilizzo spesso un pre valvolare con il microfono dinamico, per ottenere un contenuto armonico più ricco.

DR: Credo che la cosa più bella di questa nostra esperienza lavorativa sia avere l’occasione di sperimentare e di capire con calma se le scelte che stiamo facendo siano quelle giuste. In questo studio si realizzano prevalentemente produzioni interne, e questo allevia quella pressione tipica di un lavoro svolto presso terzi. A volte è necessario andare oltre il manuale accademico, e in questo senso la sperimentazione ha un ruolo fondamentale, ma per valutare oggettivamente i risultati è necessario disporre del giusto tempo.

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Eletro-Voice PL20