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Intervista: Joel Hamilton, engineer e producer allo studio G di New York

Chi è nato negli anni’70 ha vissuto solo in parte l’epoca dell’analogico, ma ha attraversato l’evoluzione del digitale: Joel Hamilton non solo ha vissuto sulla sua pelle questi cambiamenti, ma ha anche intrapreso un viaggio personale per esplorare i lati tecnici, fisici ed emozionali della produzione musicale, portandolo a conclusioni non scontate.

Il suo album (Highly Suspect, Mister Asylum), di cui è anche produttore e mixer engineer, è stato nominato come Best Album ai Grammy del 2015, e la sua posizione di lavoro, ai mitici studi G di New York (http://www.studiogbrooklyn.com/studio/), gli ha permesso di lavorare con moltissimi musicisti, sia in produzione che in mixing. La visione del suo lavoro non è però così convenzionale come si può pensare, perché Joel è figlio di questi tempi, dove l’analogico e il digitale non sono in contrapposizione ma hanno specifiche caratteristiche da usare al momento giusto.

Luca Pilla: Joel, quando hai scoperto il tuo amore per la musica, il suono e il mestiere del fonico? Come cominciò la tua carriera?

Joel Hamilton: scoprii il mio amore per la musica e tutto ciò che riguarda l'audio ancora prima di quanto io possa ricordare. Mio padre suonava la batteria in una band e tutti i loro strumenti erano nello scantinato di casa nostra. La chitarra, il basso, la batteria e la tastiera. Una volta, un amico di mio padre portò anche un registratore a quattro piste da 1/4" e stavo per ore davanti a quel coso. Quando mio padre era a lavoro, ci misi le mani e finalmente capii come funzionava e realizzai che il mondo della registrazione era quella parte dove volevo essere. Ero già musicista, cosa che facevo tutti i giorni a scuola e dopo scuola, ma non volevo diventare musicista, sebbene non ricordi un attimo della mia vita in cui non fossi assorbito dalla musica e dal suono. La musica e il suono mi davano i brividi, volevo vivere la stessa magia di quei dischi e delle persone che li avevano realizzati.

 

LP: hai lavorato con il nastro, outboard analogici e sintetizzatori: al giorno d'oggi come inquadri l’analogico in studio e i sintetizzatori? Hanno dei limiti artistici secondo te?

JH: continuo a lavorare tutti i giorni con il nastro e outboard analogici. Credo che l'unico limite, per qualsiasi aspetto o oggetto della vita, derivi dalla mancanza di una visione. Ad esempio, una bicicletta limita realmente la scelta della tua destinazione? C'è un mito piuttosto strano predicato dalle persone che vendono soluzioni ai problemi, che semplicemente non esiste. Lavorare in analogico presuppone un flusso di lavoro diverso, ma definisce anche le limitazioni. Se la sua traccia conta, allora sicuro... ma ciò non significa che non puoi finire un lavoro fino a quando non si intrecciano 497 cose su un 24 tracce. Un compositore è limitato dagli esecutori che suonano nell'orchestra?

 

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AF: Le tecnologie analogiche sono più emozionanti di quelle digitali?

JH: Domanda interessante. Credo che la via più semplice per descriverlo sia che c'è una reale possibilità che il tuo hardware analogico abbia una sua specifica personalità, come un vecchio compressore valvolare che sai un po' dispettoso, o un po' chiaro, o scuro, o più distorto, o caldo, o più pulito di un altro esemplare esattamente identico. Ci sono così tante variazioni in un progetto così semplice come un LA2A che molti di essi suonano in maniera diversa l'uno dall'altro. Non meglio o peggio, ma differenti. Questo non accade in digitale. Il mondo binario ha solo due stadi: lavora o non lavora, zero o uno. Un plug-in di emulazione di un LA2A suona esattamente uguale su qualsiasi computer di questo mondo, a prescindere dall'elettricità o la temperatura della stanza o un milione di altre minuscole variabili che danno a una macchina analogica una personalità, una vita. Inoltre, adoro il fatto che il nastro e le macchine analogiche cambiano notevolmente la trama sonora secondo l’ampiezza. Questa è una delle cose che preferisco. Quando appoggi l'archetto sulle corde di un violoncello, ottieni un suono ma, quando lo fai più velocemente, hai un altro tipo di suono, oppure quando premi più intensamente sulle corde: un suono ancora diverso. La natura fisica del gesto rimane intatta con lo strumento utilizzato per esprimere quel gesto in termini musicali. In questo caso il violoncello cambia il suo timbro a seconda dell'input. Adoro questa cosa nei dispositivi analogici ed è vero anche per l'outboard analogico. Come con un violoncello, quando spingi più forte l’analogico suona in differente. Questo aspetto è vistosamente assente nel dominio digitale, salvo pochissime e speciali attrezzature.

 

AF: gli Studio G sono equipaggiati di una grande quantità di outboard analogico e digitale: quale macchina fa la differenza nel tuo modo di lavorare e perché?

JH: Non c'è realmente molta differenza per me nel modo di lavorare. Utilizzo Pro Tools come fosse un registratore a nastro molto versatile e utilizzo gli outboard come plug-in e sì, utilizzo anche plug-in. Non c'è un divario così grosso tra i due mondi, sono un'unica cosa. E anche il medium è lo stesso, nel senso che non stiamo parlando di scultura e pittura. L’analogico e il digitale sono entrambe modi di incidere musica, nastro e Pro Tools. Cosa sarebbe cambiato? Molti si giustificano trovando vincoli e limiti nei setup ridotti, nella mancanza di tempo, di denaro, di immaginazione, di macchine, ma una persona non può aumentare il valore di un brano aumentando il valore delle macchine che ha utilizzato per registrarlo.

 

AF: l’emulazione dei pre nei convertitori sembra essere il prossimo passo avanti. Cosa ne pensi delle emulazioni dei pre di Universal Audio Apollo?

JH: Adoro le emulazioni dei pre delle Apollo. Servono allo scopo esattamente come l’outboard analogico. Usando un'emulazione 1073 come quella dell'Apollo, la scelgo per la sua risposta per le capacità di cattuare quei microdettagli che fanno il contenuto emotivo di una performance.

 

Le interfacce Universal Audio Apollo 8p usate per la sessione

Le interfacce Universal Audio Apollo 8p usate per la sessione

AF: Console SSL e DAW con plug-in: come li combini?

JH: Uso una combinazione pazzesca di cose. Ho un de-esser UAD in Pro Tools e quindi un LA2A hardware sul punto di insert su SSL per la voce. Userò la compressione parallela per il drum bus sulla console ma ci sarà sicuramente un plug-in UAD 31102 sul rullante in Pro Tools assieme all’eq dell’SSL sulla stessa traccia. Qui allo Studio G abbiamo tre room con un SSL nello studio A, un Neve vintage nello studio B e un Neotek nello studio C. In tutte e tre le room uso sempre un ibrido di plug-in e hardware.

 

AF: Di recente hai registrato Lyrics Born allo studio G usando solo Apollo, cosa puoi dire a proposito della sessione dal tuo punto di vista? Che cosa è stato diverso rispetto alle solite sessioni?

JH: l'Artist Session di Apollo con Lyrics Born è stata meravigliosa. Mi ha fatto capire che aprire una quarta room qui in studio sarebbe semplicissimo: è sufficiente un sistema su iMac o Mac Mini con interfacce e hardware UAD, basta davvero solo questo anche per le sessioni più esigenti. Avevamo un sacco di sorgenti live per quella traccia e la tecnologia Unison và da paura! I fiati suonavano alla grande ed è bastato tarare i pre dell’Apollo per ottenere il suono giusto. Tutto il sistema si è comportato benissimo e senza intoppi: tracce trasparenti quando era necessario, ma anche colorate e divertenti e artistiche quando ce n'era bisogno. Sono un fan di questa tecnologia.

 

AF: A sentire le voci di molti, pare che gli studi di registrazione stiano passando un brutto periodo. Qual è il tuo consiglio per gestire al meglio gli investimenti per uno studio di registrazione?

JH io la interpreto come una banale generalizzazione. È come dire che la gente sta perdendo i suoi soldi o altro. Perché? Alcuni hanno chiuso perché hanno comprato un SSL 9000J da 142 canali a credito e non potevano permetterselo. Altri hanno cessato l’attività perché il proprietario ha aumentato l'affitto del 600% e per colpa di un modello di business vecchio non hanno retto il colpo. Nella maggior parte dei casi, c'è un motivo specifico per il fallimento di un'attività e non è solo questione di come va il mercato. Per rispondere alla parte bilanciamento dell'investimento: il mio consiglio è investire in ciò che è importante per ottenere un ottimo sound e rendere felici clienti ed etichette, e magari posticipare l'acquisto di una tv a schermo piatto o delle scrivanie in marmo... gli ingressi con pareti in marmo sembrano destinare alla chiusura lo studio!

 

AF: quali possono essere i prossimi passi avanti nella registrazione e per la produzione discografica dei prossimi anni?

JH: credo che molta gente stia finalmente vedendo la bellezza dietro a un setup ibrido analogico/digitale. Un pezzo unico rende il tuo setup davvero unico. Siamo umanamente analogici, quindi a un certo punto questa questione bisogna fronteggiarla. Il resto dei progressi sarà in algoritmi migliori eseguiti su computer più veloci e dispositivi di archiviazione più economici. Forse le cose più sexy saranno analogiche controllate digitalmente. Ci saranno che seguiranno l’idea della tecnologia UAD Unison: la garanzia di ripetibilità e consistenza ma con opzioni per una maggiore personalizzazione nel front end o anche durante il mix.

 

Il leggendario limiter Teletronix LA2A allo Studio G

Il leggendario limiter Teletronix LA2A allo Studio G

AF: dopo tutti questi anni tra registrazione, produzione, mixaggio cosa hai imparato dei clienti e del processo creativo? Credi che il processo creativo sia diventato più semplice?

JH: penso di avere una migliore mappa da seguire nel campo minato, quindi sento meno i problemi delle casualità quando aiuto a guidare un gruppo di persone attraverso di esso.

Oltre a ciò, ho imparato che le persone hanno un profondo senso innato di ciò che è meglio ma potrebbero non avere il vocabolario adatto per descriverlo facilmente o efficientemente. Ho imparato ad ascoltare meglio le persone, per capire come amplificare l'emozione che è partita dai loro cuori e metterlo al mondo in modo che tutti possiamo sentirlo. È come se l'energia del sole fosse tutto intorno a noi e devo essere io la lente di ingrandimento di quell'energia che aiuta a innescare il fuoco. Lavoro sempre con compassione, ma a volte compassione significa non far perdere tempo alle persone e tirare fuori il meglio da quello che si ha a disposizione. Se hai tempo limitato, non lasciare che un membro della band prenda troppo tempo dalla sessione per cambiare qualcosa che ai fini del lavoro finale non serve. Prendere quella decisione richiede una bella fetta di ego e di concentrazione su quello che è davvero importante per la canzone, lasciando fuori me come persona umana. Stiamo tutti evolvendo.

 

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